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Il genere non giustifica i mezzi


Papà, non mi chiamare principessa.


So che mi vuoi bene e che per te sono la “tua principessa”, però, per favore, non mi chiamare così.


Sai perché?


Perché ci sono giorni in cui sì, mi sento come una principessa e desidero vestirmi con il vestito con il fiocco che mi hai regalato il giorno del mio compleanno, quando ti si sono illuminati gli occhi nel vedermelo indossare.

In quel momento mi sono sentita grande, credo assomigliassi alla mamma per tutto l’amore che usciva dai tuoi occhi, e te ne sono grata, perché so che questo ricordo mi accompagnerà per lungo tempo nel cammino verso il mio diventare donna.

Grazie a quel vestito ogni tanto sogno il mio regno e con la bacchetta magica riesco a trasformare i miei pupazzi negli amici che mi fanno ridere tanto.


Ma ci sono giorni in cui preferisco giocare a calcio, rotolarmi nel fango e tornare a casa con le ginocchia sbucciate. Ho bisogno di sentirmi libera, esprimere tutta la mia energia e far vedere ai miei compagni quanto sono forte. Mi piace essere nella squadra con loro, sperimento il senso di appartenenza e lottare insieme per vincere fa parte di me.

Anche se mi pensi fragile, ricorda: fragilità non significa debolezza, la mia fragilità è forza, papà.


Quando mi chiami sempre principessa mi stai dicendo che ho bisogno di un principe, che ho bisogno di essere salvata, che la mia unica missione nella vita è restare seduta nel letto a pettinarmi i capelli, mentre aspetto che un uomo mi salvi.

Stai proiettando su di me l’idea che ha la società intera di come una donna dovrebbe essere, e questo mi ferisce nel profondo.

Il mio cammino nella femminilità sarà lungo e a tratti complicato, ma per essere completa ho bisogno di sperimentare diverse parti di me, non solo adesso, ma per sempre.



Un giorno, dovrò esser libera di scegliere il mio o la mia partner, senza condizionamenti e il più possibile lontana dall’idea che la persona che mi amerà mi debba salvare, perché io non ho bisogno di essere salvata, papà. Nè tantomeno dovrò salvare io quella persona!

E non ho neppure bisogno che qualcuno mi giudichi male se sono arrabbiata, ribelle o scontrosa: se mi abituerai così, per me sarà sempre più difficile autorizzarmi a essere libera di essere come sono. E un giorno potrei sentirmi in colpa se alzo la testa con chiunque per far valere i miei diritti.

Io voglio essere libera.

Voglio poter dire chi sono.

Voglio poter scegliere.

Insegnami il coraggio di farmi valere domani, rispettando chi sono oggi, senza chiudere il mio essere bambina con lustrini preconfezionati che mirano a contenermi.

Dovrò prima o poi comprendere che chi mi ama sul serio, non mi può tenere legata a sé: né perché mi vuole gentile e servizievole, né perché vede in me unicamente la madre dei suoi figli, o tantomeno una donna da tenere al proprio fianco come un oggetto.

Il bisogno non è amore papà, e io voglio essere emotivamente indipendente e trovare un compagno o una compagna degni di me.

Lasciami esprimere le mie emozioni più aggressive come la rabbia, sfogarmi quando mi sento frustrata, ribellarmi se qualcosa non mi va. E’ un mio diritto.


Se davvero mi vuoi bene e mi vuoi sostenere, dimmelo con le parole e con le intenzioni dei gesti.

Aiutami a rialzarmi quando cado, sii la spalla sicura sulla quale poter piangere, senza essere giudicata, ma solo ascoltata.

Appoggiami incondizionatamente e sentiti orgoglioso di tutte le parti di me che, fino a un certo punto, il più lontano possibile nel tempo, scoprirò e scopriremo insieme.

E se qualcosa ti fa paura, abbi fiducia in me.

E’ il più bel regalo che tu mi possa fare.


Firmato: la tua bambina guerriera.


Nota: questo breve manuale racchiude alcuni suggerimenti di educazione all’affettività e alla sessualità non solo per i padri, ma per entrambi i genitori. E’ scritto a un padre per scelta stilistica, seppure sia padre che madre, in modalità e tempi differenti, rivestono ruoli fondamentali nello sviluppo sessuale di bambine e bambini, pur non essendone gli unici responsabili. Ogni persona, contesto, contenuto e anche il gruppo di pari che entrino in relazione con il bambino o la bambina può avere infatti un ruolo importante nell’evoluzione della sua identità sessuale.

Non pretende essere esaustivo (di cose da dire sull’educazione all’affettività e alla sessualità delle bambine ce ne sarebbero moltissime altre), ma l’intento è far riflettere su un cambio di rotta necessario. Necessario per cambiare il mondo in cui viviamo; il mondo delle bambine che domani saranno delle donne e delle donne che oggi sono discriminate e sono vittime di stereotipi di genere.

Gli stereotipi sono definiti da ciò che ciascuno di noi si aspetta da entrambi i sessi, ovvero dalle condotte dei maschi e delle femmine: i maschi non sono timorosi, appaiono forti, impavidi e determinati, le femmine appaiono dolci, timorose e sensibili.

Gli stereotipi di genere, proprio per la loro rigidità, condizionano lo sviluppo dell’identità sessuale di una persona, in quanto ne limitano l’esplorazione e la plasticità nella definizione.

Per identità sessuale si intende la persona nella sua totalità: sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere, orientamento sessuale.

Riflettere sulle questioni qui riportate può essere l’inizio di un percorso fatto insieme con le proprie figlie che arricchirà senza dubbio il vostro rapporto, seminerà fiducia e aprirà il dialogo anche nell’adolescenza.

Un percorso di educazione alla sessualità e all’affettività iniziato precocemente in famiglia con bambini e bambine rappresenta la miglior via per la prevenzione dell’oggettivazione sessuale, della violenza di genere e di qualsiasi forma di abuso.



Eva Maya Verderone

Esperta in educazione alla sessualità e all’affettività della Federazione Italiana di sessuologia scientifica (FISS), Mindfulness instructor IPHM

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